#ACASATUTTIBENE. ALICE PADOVANI: LA MANCANZA DI UN MODELLO DI UMANITÀ CONSAPEVOLE

Intervista di Livia Savorelli, May 7, 2020
ALICE PADOVANI DA MODENA

 

La tua nuova ritualità quotidiana…
La mia nuova routine è di non averne nessuna. Che poi a dirla tutta, a parte gli anni di lavoro svolti per il Comune della mia città in cui dovevo marcare il cartellino, non ho mai seguito una vera e propria routine quotidiana. Diciamo che in questo periodo seguo, in uno schema ancora più incalzante, l’andamento ondulatorio (e sussultorio) del mio umore: se sono sulla cima delle mie montagne russe pronta per la picchiata, nella stessa giornata mi divido in mille frammenti entusiasti capaci di portare a termine sfide e compiti diversi che variano dall’ordine tangibile e concreto a quello più astratto e meditativo. Nella gestione di questo spazio-tempo del tutto inconsueto sono piuttosto anarchica e, di conseguenza, le mie giornate possono dilatarsi all’infinito o contrarsi in un continuo di esplosioni determinate.

Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
Il mio modo di lavorare si è spezzato a metà. Con il tempismo che mi contraddistingue, alla fine di febbraio avevo iniziato il trasloco nel nuovo studio che doveva inaugurare l’8 marzo, esattamente quando è stato premuto il grosso pulsante di “pausa” su tutto il paese. Dunque, tutto o quasi tutto quello che mi serve per il lavoro artistico adesso si trova a 700 metri dalla mia abitazione. Vicino ma lontanissimo per via delle restrizioni al movimento introdotte dei vari decreti. Così ho dovuto lavorare con qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. Ho ripensato e riadattato molti degli impulsi creativi in funzione di quello che avevo a disposizione, compresa la mia faccia, su cui mi sono trovata a disegnare con grande urgenza come se si trattasse del foglio più interessante su cui avessi mai posato la penna.

Con quali oggetti e spazi del tuo quotidiano stai interagendo di più?
Lo spazio che vivo di più è il mio giardino nelle campagne appena fuori Modena.
Avere la natura attorno è sempre stata una necessità fisiologica. Ora, ancora di più, è una ricchezza di cui non potrei fare a meno.
Passo molte ore vagando, scoprendo e osservando. Sono piccole spedizioni naturalistiche per capire e guardare più in profondità. Di certo posso confermare quello di cui molti si stanno accorgendo, ovvero, di una biodiversità che in poche settimane si è fatta largo negli spazi che prima consideravamo di nostra competenza. Nel mio piccolo pezzo di natura abitano moltissimi uccelli diversi e oltre ai classici ricci, lepri e piccoli roditori, si è fatta strada una grande comunità di ramarri di un verde accecante, che fino a poco tempo fa era abbastanza raro vedere in città e in campagna. Ormai li conosco tutti e con mio marito ci divertiamo a dargli nomi buffi. Sono senza dubbio una parte importante della mia famiglia emotiva, così come le piante e gli alberi che frequento quotidianamente.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’“assenza” e della “mancanza”.

L’idea generale di futuro della nostra specie francamente mi mancava anche prima.
Adesso mi manca, soprattutto, un’idea di programmazione a corto raggio. Essendo, per l’appunto, alquanto inadatta a una routine quotidiana, di solito mi aggrappavo al tempo scandito dagli impegni, degli appuntamenti, delle mostre, dalle scadenze, dall’organizzazione e dal movimento delle opere. Mi manca una sensazione di futuro immediato, quello dettato dai tempi del lavoro.
Mi mancano tantissime altre cose (materiali e ideali) ma l’assenza più densa che percepisco è quella mi turba da sempre: la mancanza di un modello di un’umanità consapevole, di una condivisione reale del bene, di una coscienza civile, economica ed ecologica comune. Mi manca quella radice universale che dovrebbe legarci indissolubilmente a questo pianeta. Spero con tutte le forze che questa contingenza ci porti a riconsiderare il nostro modo di stare al mondo, ma avere aspettative troppo alte potrebbe generare una grande delusione.

Alice Padovani è nata a Modena, dove vive e lavora, nel 1979. Laureata in Filosofia e in Arti Visive all’Università di Bologna, dalla metà degli anni ‘90 al 2012 si forma e lavora come attrice e regista nell’ambito del teatro contemporaneo. Parallelamente sviluppa il proprio percorso di artista visiva che la porta ad esporre in mostre personali, collettive e fiere d’arte a carattere nazionale e internazionale.
Attraversando differenti tecniche, materiali e linguaggi espressivi, la ricerca di Alice Padovani trae origine dagli archetipi di meraviglia e repulsione. Con uno spirito classificatorio simile a quello neo-settecentesco, essa unisce alla spontaneità dell’impulso creativo, il rigore del metodo scientifico. Nelle sue opere propone frammenti di una natura decontestualizzata e crea collezioni che sono, al contempo, cumuli e tracce, dove la memoria naturale e quella personale si fondono.
La sua ultima personale L’ultimo giardino che si è tenuta a Modena negli spazi industriali dell’Hangar Rosso Tiepido alla fine del 2019, ha cercato di riunire i lavori degli ultimi anni presentandosi come un’unica grande installazione. A febbraio 2020 ha iniziato la sua residenza artistica presso la Fonderia Artistica Versiliese per produrre alcune opere in bronzo, poi sospesa a causa dell’emergenza Covid-19 e in attesa di essere riattivata così come tutti gli altri progetti del 2020.
Le sue Gallerie di riferimento sono: Guidi & Schoen, Genova; Amy-d Arte Spazio, Milano; Le Dame Art Gallery, London. www.alicepadovani.com